La forza dell’algoritmo

Il vantaggio di vivere in un mondo super connesso è che spesso i problemi che si incontrano sono stati già fronteggiati da qualcun altro da qualche altra parte. Questo vale anche per le chat su WhatsApp che diventano facilmente ingestibili o apertamente “tossiche”, in particolare nei contesti scolastici. È un problema noto: in rete si trovano molti articoli, diversi libri molto interessanti e perfino fatti di cronaca.

Le chat di WhatsApp funzionano con gli stessi meccanismi di dipendenza alla base degli altri social media. Sono piattaforme progettate per aumentare il più possibile il tempo che ci si trascorre, non per costruire relazioni e proposte comuni. È l’economia dell’attenzione; e WhatsApp non fa eccezione.

Il primo elemento è l’immediatezza. Il succedersi veloce dei messaggi crea la sensazione di dover rispondere subito, altrimenti ciò che volevamo dire si perde nel flusso, soprattutto nei gruppi molto attivi. Il risultato è che basta pochissimo per ritrovarsi ad aver speso un’ora o più della propria giornata dentro una chat.

C’è poi l’aspetto sociale. In un presente in cui gli spazi di collettività sono sempre meno, la chat dà la sensazione di far parte di un gruppo. Discutere di temi che ci stanno a cuore ci fa sentire presenti e attivi. Nel discutere, però, spesso in modo inconsapevole, si tende a spostarsi dai contenuti agli aspetti identitari. In assenza di un’interazione reale, è sull’identità che ci giochiamo il riconoscimento. Ogni like, ogni commento diventa così una piccola scarica di dopamina e un invito a ripetere l’azione. Meglio ancora, a rilanciare: un tema più forte, più schierato, più ironico, più giusto.

Il passaggio successivo è la tribalizzazione. Il bisogno di un “noi” produce rapidamente un “loro”. All’inizio il “loro” è esterno alla chat, poi, col tempo, non basta più. La divisione si sposta all’interno. Noi siamo questo, voi siete quello. Anzi, peggio: loro sono “quell’altra cosa”. Per fortuna si tratta quasi sempre di una sparuta minoranza a farsi prendere da queste dinamiche, ma in una chat bastano poche persone per monopolizzare lo spazio. La realtà materiale delle cose è che siamo tutti soli, seduti a casa, davanti a uno schermo.

Partecipazione, frustrazione e distorsioni

Queste dinamiche sono studiate da anni. Ma è importante tenerle presenti per almeno tre motivi.

Il primo è che queste chat non aumentano la partecipazione: la riducono. Di fronte all’eccessivo presenzialismo di pochi e all’incapacità di produrre contenuti condivisi, la maggioranza delle persone si disinteressa, le mette in modalità silenziosa e, nel migliore dei casi, le scorre ogni tanto solo per farsi un’idea. Diventano così una platea virtuale e silenziosa davanti alla quale parlano pochissimi. Molti si disamorano, si disilludono e abbandonano l’iniziale coinvolgimento. Come hanno scritto i Wu Ming tanti anni fa, in un altro contesto: si è riempito uno spazio – di potenziale partecipazione – per tenerlo vuoto.

Per essere ancora più chiari, la piattaforma è studiata per disincentivare la formazione di un soggetto collettivo. Come scrive Deseriis che su questo tema fa ricerca da anni: “lungi dall’essere neutra, la gamification delle interazioni sociali finisce per produrre un tipo di individuo che comunica per conseguire in primo luogo approvazione e successo personale, e solo secondariamente il bene comune”.

Il secondo motivo è che queste chat producono una grande frustrazione. Non solo come effetto collaterale, ma come conseguenza diretta del loro funzionamento. Una parte rilevante di questa frustrazione nasce dai meccanismi della piattaforma, indipendentemente dai temi di cui si discute. Questo non significa che i temi non siano motivo di rabbia: lo sono eccome. Ma la struttura stessa della chat genera un surplus di tensione. Lo farebbe anche se parlassimo di farfalle azzurre. È un effetto chimico: la gratificazione immediata della dopamina lascia dietro di sé una frustrazione costante, insieme al bisogno di reiterare l’esperienza. Questo elemento non è purtroppo opinabile: è un dato concreto. La piattaforma è progettata per fare questo. Vale per i nostri figli su Instagram. Vale anche per noi genitori su WhatsApp.

Il terzo motivo riguarda la facilità con cui si producono distorsioni, volontariamente o meno. Le parole sono potenti, soprattutto quando scorrono una dopo l’altra su uno schermo, in una piattaforma costruita per innescare reazioni rapide e ridurre il tempo della riflessione. Basta poco. Basta insinuare che “forse quell’insegnante non è all’altezza”, che “forse quel rappresentante non ha detto tutto”, o che “chissà se quella persona è davvero dei nostri”, perché quelle frasi inizino a lavorare nella testa di chi legge. Poco importa che siano giudizi soggettivi, fuori contesto o del tutto infondati. Una volta scritti in una chat pubblica, iniziano a orientare il clima collettivo. E pian piano si può scivolare verso dinamiche da Signore delle mosche. Ma senza nemmeno l’isola tropicale attorno. A fare a mazzate è ciascuno di noi, da solo, davanti a uno schermo.

In questo contesto basta pochissimo. Poche persone diffondono informazioni scorrette, ma nessuno riesce davvero a seguire centinaia di messaggi al giorno per ricostruire cosa sia vero e cosa no. Così molti si formano un’opinione in cinque minuti, leggendo messaggi isolati, colpiti da una parola chiave o da uno slogan. E si finisce per detestare persone che non si conoscono, convinti che abbiano fatto cose che non hanno mai fatto, solo perché qualcuno ha lasciato intendere che forse sì, chissà.

La legge di Brandolini

Proteggersi da queste dinamiche è molto difficile. Restare nella chat tossica significa perdere ore ed ore ogni giorno a correggere informazioni errate o a rispondere a polemiche infinite. Uscirne, invece, significa rinunciare a difendersi. Chi resta dentro ha campo libero, può dire ciò che vuole. E se una cosa viene ripetuta senza smentita tende, col tempo, ad apparire vera. In questo paese abbiamo una lunga esperienza in questo senso, purtroppo.

Anche qua si potrebbe osservare, a ragione, che questo meccanismo è talmente noto da essere banale. La Legge di Brandolini ci spiega che l’energia necessaria a confutare della disinformazione è molto superiore a quella necessaria a produrla. Il punto che voglio sottolineare è però lievemente diverso: è vero che questo problema esiste ovunque, ma è un problema enormemente più diffuso in questo tipo di social. In altre parole, esattamente come per la frustrazione, una parte molto rilevante del problema è prodotta dalla piattaforma stessa. I messaggi scorrono in quantità enorme, uno dopo l’altro, e non è possibile seguire una vera conversazione. Pochissimi possono leggere tutto per verificare. Anche su questo si discute da anni.

Curare spazi diversi

Perché tutto questo ci riguarda da vicino? Perché alcune di queste dinamiche hanno coinvolto anche una chat informale, inizialmente molto partecipata, dei genitori della nostra scuola. Dopo varie discussioni, in quella chat si è deciso di non fare nulla per contenere questi meccanismi, che da quel momento sono anzi peggiorati. Come conseguenza, molte persone sono uscite dalla chat, fra cui chi scrive.

Il costo di questa scelta è quello di non potersi difendere da tutto ciò che continua a essere scritto in quello spazio. Ma se in un luogo condiviso si tollerano pratiche che alimentano queste dinamiche, è legittimo chiamarsi fuori. Esattamente come ci si chiama fuori da situazioni collettive o gruppi in cui si usa un linguaggio sessista o escludente. Restare in uno spazio che normalizza queste pratiche non è neutralità: è legittimazione

Si può fare qualcosa per migliorare le chat? Sì, si può. Bisogna innanzitutto prendere consapevolezza dei limiti della piattaforma. E bisogna lavorare insieme per costruire spazi diversi, proteggendo tutt3 la salubrità della chat esattamente come facciamo con gli spazi collettivi.

Occorre facilitare una partecipazione reale. Il tema è enorme e certamente non risolvibile da noi, nel nostro piccolo contesto. Ma si può, e si deve, almeno provare a migliorare. La scelta di creare chat con temi definiti e regole condivise, per incentivare una partecipazione orientata alla collaborazione di molti anziché ai monologhi di pochi, va in questa direzione. La stessa riflessione è alla base dell’organizzazione di incontri online e offline per discutere dal vivo. Anche costruire un sito dove raccogliere informazioni comprensibili e fruibili da tutt3 e la scrittura di questo lungo post sono tentativi concreti di trovare una risposta a questi problemi.

Per concludere, la seconda parte di questo post fornisce esempi delle distorsioni descritte sopra, tratti da oltre un anno di partecipazione alla chat informale menzionata sopra. I dati sono stati ottenuti esportando l’intero archivio della chat in un file .txt, sul quale sono stati poi effettuati i conteggi tramite una semplice funzione di ricerca. I nomi e i riferimenti personali sono oscurati per tutelare la privacy.

Esempi pratici

Partecipazione di pochissimi

Il dato più evidente è che pochissime persone partecipano moltissimo. La chat dà l’impressione di un grande gruppo (circa 200 persone), ma in realtà a parlare sono sempre gli stessi. In parte è un effetto riconducibile al principio di Pareto, in parte è una distorsione tipica dei gruppi WhatsApp. La tabella mostra gli utenti che hanno scritto almeno 20 messaggi negli ultimi tre mesi. Si tratta di meno di venti persone su un totale di 200 iscritti.

Ancora più impressionante è la sproporzione tra attivi e attivissimi: i primi sei mittenti hanno scritto più messaggi di tutti gli altri messi insieme. Il quadro non cambia se si analizza un periodo diverso. Se si estende l’analisi a un intero anno, i mittenti attivi, cioè quell i che hanno mandato almeno 4 messaggi al mese, sono sempre molto pochi, 27. Di nuovo, è la sproporzione a colpire: nel corso di un anno, i primi dieci hanno scritto più messaggi di tutti gli altri 190 partecipanti sommati tra loro.

MittenteNumero messaggi
X1262
X2190
X3134
X4100
X582
X682
X773
X868
X958
x1056
MittenteNumero messaggi
x1155
x1251
x1347
x1435
x1534
x1632
x1728
x1822
x1922

Frustrazione e non-autoregolazione

Il secondo dato che vale la pena sottolineare è legato alla frustrazione. Questa emerge con forza in due modalità diverse e complementari: come frustrazione diretta, quindi messaggi che esprimono frustrazione, e indiretta come assenza di autoregolazione. Guardando al contenuto dei messaggi dei primi sei partecipanti – che ricordiamo hanno scritto da soli più messaggi di tutti gli altri partecipanti messi insieme – è impossibile non notare come ben oltre la metà dei messaggi inviati siano messaggi di frustrazione e polemici, con percentuali molto più alte nelle prime posizioni. Intervenire con temi e discorsi diversi in uno spazio così saturato è praticamente impossibile. La spirale del silenzio si attiva. La partecipazione muore.

Inoltre proprio i mittenti che scrivono tantissimo tendono facilmente ad andare contro le linee guida che loro stessi hanno deciso di adottare. Di fronte alle richieste di vari partecipanti di non scrivere così tanti messaggi perché rendevano inservibile la chat, era stato deciso di adottare un sistema di autoregolazione: non scrivere più di cinque messaggi al giorno. Basta scorrere gli ultimi tre mesi di chat per notare che gli stessi che hanno proposto questa regola, i partecipanti più attivi, non la rispettano quasi un terzo delle volte.

Informazioni errate e distorsioni

Il terzo dato è probabilmente il più grave: la diffusione di informazioni false è fortemente facilitata dall’immediatezza della piattaforma. Nella chat analizzata se ne sono visti purtroppo vari esempi, di cui un paio possono essere utili a esemplificare la disfunzione dello strumento.

Il primo riguarda una partecipante estremamente attiva della chat, X1, che ha scritto oltre venti volte, con toni molto accesi, che una certa persona non aveva mai inviato una email. Un’affermazione non vera, di cui lei era consapevole avendone discusso i dettagli. Nonostante una richiesta privata e documentata di correggere l’errore, si è rifiutata di farlo, lasciando di fatto la persona colpita a scegliere se lasciar correre o valutare una querela per diffamazione.

Il secondo esempio riguarda un’altra persona, X3, anch’essa fra le più attive, che in una seconda chat, esterna alla prima ma in parte sovrapposta, ha pubblicato un attacco violentissimo contro un partecipante, accusandolo di non aver inviato dei report ai genitori. Un’accusa falsa: non solo i report erano stati regolarmente inviati ma lo scrivente li aveva commentati e discussi pubblicamente, dimostrando di esserne perfettamente consapevole.

Anche qui il punto centrale non è il comportamento scorretto di poche persone. Il problema è che la piattaforma amplifica ed esaspera comportamenti che, nel mondo reale, verrebbero facilmente marginalizzati dal gruppo. La transitorietà della comunicazione rende difficile contrastare le falsità e si somma alla comprensibile difficoltà di molti a intervenire per arginare gli eccessi di chi si comporta in modo scorretto. In alcuni casi si preferisce lasciar correre, perché si sa che chi scrive è “una persona particolare”; in altri interviene la dinamica di tribalizzazione a cui ho fatto riferimento sopra. E così la domanda implicita diventa: perché spendersi per ristabilire informazioni corrette, se a farne le spese sono “loro”?

Conclusioni

La facilità d’uso delle chat é tale che é facile perdere di vista le storture e gli effetti indesiderati che questo strumento porta con sé. L’effetto combinato delle spinte che abbiamo visto sopra produce una spinta distruttiva per le collettività e basta poco per rendere una chat un ambiente disfunzionale che soffoca la partecipazione. Uno strumento che anziché comunicare crea problemi nuovi. Questo non vuol dire che le chat vadano evitate del tutto, ma che è necessario usarle con cautela e consapevolezza. Siamo in un gioco meno semplice di quello che appare. Per questo bisogna raddoppiare gli sforzi per costruire spazi dove stare insieme in un modo proficuo e costruire alternative. Non per buonismo, ma per puro realismo. Non sappiamo se ci riusciremo, ma bisogna sempre provarci.


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