C’è una forma sottile di disallineamento che attraversa molte delle discussioni sulla scuola: si invoca trasparenza, ma non si investe in comprensione. Si chiede di “sapere tutto”, ma non si dedica tempo a capire ciò che si sa. Si reclama accesso, ma poi non si usa ciò a cui si è avuto accesso.
Così, il diritto a essere informati rischia di trasformarsi in una bandiera identitaria: si combatte per principio, non per utilità. E quando la richiesta perde il suo scopo conoscitivo, l’istituzione reagisce come può, spesso chiudendosi, irrigidendosi, difendendosi.
Nella scuola, come in ogni spazio pubblico, la trasparenza vale solo se poggia su un terreno comune di significati e linguaggi. Altrimenti è solo saturazione di informazioni. Dirigenti, docenti, genitori, studenti: ognunə entra con la propria mappa mentale del mondo scolastico. Quando queste mappe non si incontrano, anche le migliori intenzioni si perdono per strada.
Allineare le basi cognitive significa, in fondo, proprio questo: non pretendere che tutti la pensino allo stesso modo, ma garantire che tutti capiscano di che cosa si sta parlando. Quando invece la richiesta di trasparenza nasce come gesto di contrapposizione, non per chiarire ma per marcare distanza, la scuola si ritrova intrappolata in un dialogo senza fiducia.
La fiducia non si impone: si costruisce. E per costruirla serve tempo, linguaggio comune, cura reciproca. La trasparenza, non è pubblicare tutto, ma permettere che tutto sia comprensibile; non è saturare di informazioni, ma far circolare senso.
Allineare le basi cognitive significa chiedersi, ogni volta:
– perché voglio questa informazione?
– che uso ne farò?
– che rapporto voglio costruire con chi mi ha dato questa informazione?
Se il nostro obiettivo è solo “apparire contro”, la trasparenza diventa un’arma retorica. Se invece cerchiamo comprensione reciproca, la trasparenza diventa una forma di fiducia attiva. E forse, in quel momento, la scuola torna a essere davvero ciò che dovrebbe: una comunità che impara, insieme, a capirsi.
Del resto, se è vero, come sosteneva Althusser, che la scuola è uno degli apparati ideologici dello Stato, allora vale la pena chiedersi se non si possa cambiare lo Stato partendo proprio dalla scuola. E restituirle la sua funzione originaria: essere il luogo in cui è ancora possibile pensare di poter cambiare
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